venerdì 12 novembre 2010

Aggiungi un posto a tavola

Ci siamo, la stagione è iniziata (già da un po', per la verità). Polenta e luganiga (che come dicevamo è poi un evergreen), vin brulé, fondue e poi naturalmente... Raclette! Nei mesi invernali gli svizzeri danno il meglio di sé, al supermercato inizi a vedere carrelli pieni di patate e fette di formaggio da fondere, e poi sottaceti e gel per i fornelletti. Un po' saranno tutte queste montagne, un po' devo dire che un weekend passato a Basilea mi ha fatto rendere conto di quanto, da queste parti, il momento del pasto sia visto come colloquiale, di condivisione. Nei ristoranti esistono certo i classici tavolini, ma quante volte, entrando in un locale, ti capita invece di sederti ad un immenso tavolone, di fianco a due perfetti sconosciuti che parlano dei fatti loro, un 'mi scusi' o un sorriso per chiedere il sale o per farsi lasciare il passaggio. Tanto, dopo un sorso di birra (aò, cosa vi devo dire? per digerire certa roba è l'unica...) si diventa tutti old friends.

mercoledì 10 novembre 2010

Poi un giorno...

Poi un giorno cammini per strada e ti imbatti per caso nella vetrina di una libreria. E capisci che non sei solo, altra gente la pensa esattamente come te. Chissà se esiste anche una guida per sopravvivere ai ticinesi?

mercoledì 3 novembre 2010

Dagli amici mi guardi Dio...

Poi arriva un momento, nella vita, in cui ti rendi conto che sì, la prof. Bianchi aveva ragione a insistere e snocciolare tutte quelle nozioni, anche roba come il latino in fin dei conti può tornarti utile. Ecco, uno degli insegnamenti più utili che mi siano giunti da quella grammatica è quello dei "falsi amici": Vale a dire quei vocaboli che, pur assomigliando moltissimo a termini italiani, hanno poi un significato tutto diverso. Mi ricordo ancora quando alla lavagna, imbattendomi in un 'captivos', feci sì che il povero Curio liberasse una banda di cattivi, al posto che di schiavi. Impara l'arte e mettila da parte, si dice. E un insegnamento simile non può che venir utile quando per un motivo o per l'altro ci si trasferisce in uno Stato diverso. Per dire, la lingua ticinese è così ricca di falsi amici che a volte solo il contesto riesce ad aiutarti a capire il vero senso delle parole. 'Guarda che azione!' ti dice un'amica al centro commerciale, e tu ti giri spaventata, pensando che il calcio tutt'a un tratto sia giunto a funestare anche i gloriosi sentieri dello shopping. Invece no, lei si riferiva solo a un'offerta imperdibile, un saldo mozzafiato. In questi giorni, poi, si fa tanto un gran parlare di 'aumento dei premi delle casse malati'. Che bello, mi sono detta distrattamente un giorno, finalmente hanno capito che queste assicurazioni sanitarie sono davvero troppo care. Ma, inutile dirlo, non ci ho creduto nemmeno io: da un Paese all'altro, anche i premi possono diventare amari...

lunedì 1 novembre 2010

Ucci ucci ucci ucci... sento odor di...

Formaggini! Ok, ricordatemi di non ironizzare mai più sul mitico Caseificio di Airolo : lo so che neanche tanto tempo fa l'avevo descritto come la quintessenza della svizzeritudine invernale, e in effetti l'idea di andare a mangiare la fondue fromage sotto il San Gottardo mi fa sempre un po' sorridere. Però ve lo devo dire: ancora un po' acciaccata sono stata portata dal gentile consorte a cena in un bel ristorantino poco lontano da lì.. E, naturalmente, ci è scappata una visitina al Caseificio per fare scorta di latticini vari. Da quel che ho capito (ma aspetto smentite) tante di queste meraviglie portano il nome o di un Cantone o di una località elvetica - ad esempio il 'Bedretto' della foto, dall'omonima Valle -. E sapete una cosa? Sono davvero buonissimi. Per un'amante del formaggio come me, diventare svizzera in fondo è un po' come andare in Paradiso (qui lo dico e qui lo nego, eh... mica si può esagerare così!). Il top del top: una Tremola al merlot ticinese. Tanto svizzera che il mio frigo ormai sembra muggire! Quasi quasi mi faccio portare anche a mangiare la famosa 'fonduta'. L'odore è notevole. Ma, sono sicura, ci si abitua a tutto.

ps. Mica mi sono dimenticata la promessa sulla sanità elvetica eh... ma, prima di parlarne, dovrò pur capirci qualcosa!

venerdì 22 ottobre 2010

Io speriamo che me la cavo

Essere ammalati in Svizzera (parte uno) (e onestamente spero non ci sia una "parte due"):
"Qual è la sua cassa malati?" "Mi dà il suo numero di polizza?" "Che franchigia ha?" "E' coperta per la Denta?" "Ha l'opzione medicina alternativa?"
Ok. Serve un dizionario minimo. Se sopravvivo torno a postare con regolarità. Promesso.

venerdì 8 ottobre 2010

Separé


A dire la verità mi sembrava troppo bello per essere vero. Voglio dire, lo so che siamo in Svizzera, dunque un paese tutto sommato civile. Però non era possibile che i maschietti se ne restassero zitti zitti di fronte all'avanzata delle donne in politica (perché da qualche settimana, come dicevamo, il governo federale è a maggioranza rosa). Così ecco che ieri il gruppo giovanile di un partito ha proposto di rendere obbligatorio il servizio militare anche per il gentil sesso: "avete voluto la parità dei sessi, ora prendetevela tutta", è sostanzialmente la loro filosofia di fondo. Ma dico io, perché gli uomini devono sempre fare confusione? Chi ha mai parlato di parità dei sessi? Che poi è una formula assolutamente senza senso, le opportunità sono una cosa e i sessi un'altra. Piuttosto, sono gli uomini a non cogliere le pari opportunità che noi offriamo loro: per dire, quante volte li invitiamo a fare shopping e loro rispondono "no grazie"? Qualcuno, comunque, si è già reso conto dell'assurdità della proposta, e ha convenuto che no, "forse il servizio militare non è il caso, magari bisognerebbe far sì che per le donne diventi obbligatorio il servizio civile". Ok, glielo spiegate voi, agli uomini svizzeri, che stirare gli indumenti maschili ed evitare che se ne vadano in giro tutti stropicciati "perché tanto non se ne accorge nessuno" può essere benissimo considerato un servizio socialmente utile?

mercoledì 6 ottobre 2010

In vino veritas (ovvero, Conversazione in Ticino)

"Ticcino, Ticcino, la mafia del bianchino" mi disse una volta, ad una cena per la verità piuttosto alcolica, un fotografo russo che mi aveva domandato dove lavorassi. A distanza di qualche anno non posso certo dire di avere avuto a che fare con mafia o simili; al contrario, di bianchini (ma anche di "mèzz e mèzz", bianchi sporchi, rossi e prosecchini) ne ho incontrati parecchi. Adesso, non sto assolutamente dando degli alcolizzati a tutti i ticinesi; però è vero che nel Cantone vino e dintorni hanno ancora un appeal molto particolare. Per dire, uscire la sera e sedersi a bere un cocktail può rivelarsi un'impresa, mentre ogni paese mantiene la propria (o le proprie) brave bettole, prodighe di merlot e merlottini. Settembre e ottobre, poi, sono mesi del tutto particolari: in primis per la mendrisiense "sagra dell'uva", weekend di bagordi bacchici che si svolge ogni anno nelle corti del capoluogo momò. E poi, ovviamente, perché è il periodo della vendemmia. Una semplice conversazione svoltasi tra due colleghi in una normale pausa caffè potrà illustrare il concetto meglio di tante teorie:
C: Vai ancora a fare la vendemmia quest'anno?
M:No, ma è qualche anno ormai che non vado più...
C: Io ho deciso di riprovare a fare la grappa. Speriamo riesca, l'altro giorno ho aperto quella dell'anno scorso ma mi è andata in aceto...
M: No, io è qualche anno che ormai faccio solo il limoncino. E' che è difficile trovare limoni non trattati, e servono proprio quelli perché si usa solo la buccia del limone.
C: Solo la buccia? Niente succo? Ma dai, non lo sapevo..
M: Sì sì, solo la buccia. Non è mica difficile fare il limoncino (a questo punto ha spiegato tutto il procedimento, che io ovviamente non ricordo). L'anno scorso ho fatto anche il nocino, ma quello è molto più complicato.
C: No no, io grappa. Comunque semmai dimmi dove vai a comprare i limoni... Si sa mai, magari un po' di limoncino lo faccio anch'io

Che dire, è un mondo così. Io, per contro, sono quasi astemia. Però mentre quei due parlavano, tanto per rimanere su temi elvetici ho mangiato una decina di Lindor.

venerdì 1 ottobre 2010

Non buttiamoci giù (anche questa è Svizzera)

A mio modesto parere (anche se su questo tema credo di potermi tranquillamente definire una delle massime esperte mondiali) la più perfetta tavoletta del mondo. Il sublime sotto forma di cioccolato.

mercoledì 29 settembre 2010

In punta di piedi


Non scriverne è difficile; scriverne, però, ancora di più. Per chi vive in Italia gli svizzeri sono quelli un po' lenti che corrono la stramendrisio e mangiano il ghiacciolo al tamarindo, da guardare con un sorriso non troppo simpatico - è vero - ma comunque condiscendente. In Ticino, invece, per tanti loro sono i "tagliàn". Una parola detta spesso con aria ironica, ma è un'ironia diversa, un po' risentita. Un'espressione che insieme significa tante cose, ma che soprattutto ha in sé un certo disprezzo, coperto malamente da un "dai, tanto si dice per scherzare". Lo scudo fiscale l'anno scorso non ha certo fatto impazzire di gioia la Confederazione, ma paradossalmente quello che a certuni piace ancora meno è che ci siano lavoratori che vengono da "di là", che passano ogni giorno il confine perché "di qui" le condizioni salariali sono indiscutibilmente migliori, e magari c'è pure qualche possibilità in più. Quanto disturbano, questi frontalieri, poi sai quante code in autostrada si formano per colpa loro? Sono come topi che vengono a rubare il nostro buon formaggio. Non siamo ancora fuori dalla crisi, e non è certo solo in Svizzera che fenomeni sociali di questo tipo si esacerbano. Per fortuna c'è l'indignazione pubblica. Quella sì, ci fa ancora sapere di essere effettivamente in un Paese civile, nato dall'integrazione di culture diverse. Perché la Svizzera è davvero questo: "una sorta di piccola Europa ante litteram".

martedì 28 settembre 2010

Bellezza e potere

Paese che vai, miss che trovi... Dai, lo dico subito così poi non ci penso più: sì, sabato sera anch'io mi sono messa davanti al televisore per guardare il concorso di miss Svizzera. Un'esperienza. Naturalmente ero animata da nobili intenti: "Mi serve per il blog" ho detto a quello sventurato svizzero di casa, che a quel punto non ha più osato opporsi. In realtà, diciamocelo, non resistevo all'idea di guardare le coroncine e i vestiti, e soprattutto di sparare a zero sulle candidate a mio avviso meno idonee (si sa, siamo donne...). Però, a visione ultimata, devo dire che l'elezione della reginetta nazionale può essere senza dubbio inscritta nella lista dei motivi per cui è forse (forse) meglio abitare in Svizzera che in Italia. Motivo numero uno: le candidate che arrivano alla serata finale sono dodici. Non cento. Non sessanta. Dodici. Così puoi effettivamente cercare di capire qual è la tua preferita, senza trovarti a dire "mamma ma qual era quella che piaceva a noi?". Motivo numero due (conseguenza logica del motivo numero uno): lo spettacolo dura in tutto poco più di due ore. Il che è ben diverso da quella litania allungata a dismisura che ci propina la Rai ogni anno (tre serate... quasi come a Sanremo). Le candidate sfilano, si presentano, dopodiché si vota; da dodici ne restano sei, altra sfilata e altro voto, e si arriva così al terzetto del podio. Fine. Hai la consapevolezza che, se inizi a vedere lo show, non dovrai poi restare in piedi fino a tarda notte per la curiosità di sapere chi ha vinto. Né spegnere la tv sconsolata a mezzanotte e un quarto pensando "vabè, lo saprò domani dal tg". Motivo numero tre (il più importante): le prove. In Svizzera sono saggi e hanno capito benissimo che una miss deve avere una sola qualità: essere bella. Mica intelligente o con una gran storia strappalacrime da raccontare. Solo bella, del resto non c'importa. Tanto lo sappiamo benissimo tutti che "non è detto che le belle siano oche", suvvia, niente buonismo. Dunque, nessuno sforzo nel mostrare neuroni e talenti speciali. Semmai si mettono le candidate sul set di un servizio fotografico. Oppure... si fa provare loro l'esperienza di un'arrampicata su una parete di roccia. Lo so, fa riderissimo, ma le poverette si sono trovate davvero di fronte a questa sfida. Che c'entra poco con l'essere una miss, sono d'accordo. Però in fondo c'entra molto con l'essere la rappresentante del Paese più montagnoso d'Europa (almeno, io, riflettendo, ritengo che sia l'unico motivo plausibile per avere inserito questa prova nel concorso. Poi, oh... sono svizzeri). Allora ricapitolando, possiamo dirlo: quanto a miss, Svizzera batte Italia. Tanto poi siamo ben consapevoli del fatto che la Svizzera va invidiata soprattutto perché da qualche giorno il suo governo è a maggioranza femminile (e, malgrado ciò, non c'è nemmeno una soubrette). Ma a questo è meglio non pensare...

(per dovere di cronaca, la nuova miss Svizzera è questa qui. Sta con un calciatore. Segno che no, i cliché non hanno proprio confini)

mercoledì 22 settembre 2010

Regina di cuori

A me le carte sono sempre sembrate oggetti carini. Per dire, ho una zia che le colleziona, e io stessa confesso di aver comprato un paio di mazzi solo perché mi piacevano i disegni. "Ne faccio magari un quadretto" mi dico osservandole con il sorrisino tipico della sindrome d'acquisto compulsivo. Poi, inutile dirlo, una volta arrivata a casa le apro, faccio un solitario e convengo che farne un quadretto sarebbe un'idiozia, e le dimentico in fondo a un cassetto. Fine della storia. Per un uomo, invece, le cose sembrano diverse. L'aspetto estetico non viene nemmeno preso in considerazione. Il sorrisetto ebete invece c'è, ma si manifesta nei confronti del Gioco con la G maiuscola. Sì, il poker. Mi ero sempre chiesta chi diavolo potesse essere lo spettatore medio di un canale dedicato a questo genere di attività (vi è mai capitato di zappare accidentalmente e guardarne qualche minuto? cioè, giocano a poker TUTTO il tempo!). Poi mi sono resa conto che ne avevo in casa uno; per carità, niente di male, eh. Sono stata anche istruita a dovere sulle regole del texas quel che è, perché "è appassionante, vedrai". Inutile dire che non ho capito niente, e che avendo Marie Claire a portata di mano la mia attenzione ha vacillato vistosamente. Vabè. A me mica piace tanto questa faccenda del puntare soldi e tutto il resto, sono ancora memore della lezione di Regalo di Natale (La rivincita di Natale dai, faccio finta di non averlo visto). Però ammetto che, a capirlo, il gioco potrebbe anche avere risvolti interessanti. Poi arriva il giorno in cui senti dire che quel tale amico ogni tanto si trova con altri suoi amici per una partitella, e che chissà, "magari una volta mi unisco anch'io". Alché tu, la stessa che in casa viene soprannominata "la Drammatizzatrice" per la sua attitudine a ipotizzare scenari apocalittici, inizi a visualizzare l'immagine di te, qualche anno più in là, con due bambini piccoli affamati e le pezze sui pantaloni, mentre attendi con ansia tuo marito sperando che non si sia giocato la casa. "Ma guarda che noi mica giociamo a soldi, sei matta? E' solo per divertirci" dice lui. E per tranquillizzarti vi fate una partitina a due (in effetti anche se perdi clamorosamente è divertente!).
Ecco, ogni riferimento a persone o fatti realmente accaduti è da considerarsi puramente casuale, mi viene da dire adesso. Anche perché presumo che in realtà questo scenario possa adattarsi alla perfezione a gran parte delle famiglie svizzere. Tanto che, per contenere l'ondata di "pokaholic" dilagante un po' per ogni dove, il governo ha deciso qualche mese fa di classificare il Texas Hold'em (visto? lo so come si scrive!) come gioco d'azzardo, proibendone tutti i tornei. Esclusi, ovviamente, quelli organizzati all'interno dei casinò. Che senso avrebbe, altrimenti, avere 19 case da gioco sottostanti alla vigilanza statale? Un panorama d'oro per gli amanti del gioco d'azzardo, e in effetti - non è certo un mistero - il turismo dei Casinò è per la Confederazione una risorsa non da poco. Mica vorremo però credere che non ci si curi del risvolto poco etico della faccenda, vero? Le case da gioco, in Svizzera, sono tenute a versare una piccola (ma comunque ricca) quota dei propri introiti alle amministrazioni delle regioni che le ospitano, per finanziare attività turistiche, sportive, ricreative e culturali. Tutti contenti allora. Tranne, ovviamente, i dilettanti giocatori di poker, che ora sono in rivolta. "Si continua a giocare dappertutto" rivela una recente inchiesta pubblicata da swissinfo. "Ufficialmente sono tutti tornei freeroll - spiega - ma naturalmente le quote d'iscrizione e le vincite sono ben reali, basta non gridarlo ai quattro venti". Suona familiare... Com'è che diceva, quello là? "Ma sei matta? Mica giochiamo a soldi!". Cosa dite, c'è da preoccuparsi? Tutto sommato devo ricredermi: il canale tv del poker non era poi tanto male...

venerdì 3 settembre 2010

un bel tacer non fu mai scritto

Storie, racconti, filastrocche, e poi pensieri. Su un palchetto improvvisato nella corte casalinga di un paese, qualche panca per sedersi e poi solo la voglia di ascoltare. Ad Arzo, piccolo paesino di montagna a due passi dal confine, ogni anno l'ultimo finesettimana di agosto si procede al recupero di quella tradizione dell'oralità che oggi ci fa venire in mente gente come Omero e gli aedi, o se va bene le corti dei nobili rinascimentali e i menestrelli. Narratori e cantastorie (eh sì, ora lo chiamiamo "teatro di narrazione" ma esiste ancora) popolano per tre giorni le case del paese, in una giostra di scatole magiche da aprire e ascoltare. Sarà che in Ticino lo strapotere della televisione non ha ancora del tutto soppiantato quello della radio, che molti accendono in casa, la sera, o la domenica mattina, tanto il territorio è talmente piccolo che tra gli ascoltatori che chiamano e vengono passati in diretta qualcuno che si conosce ci sarà senz'altro. L'ascolto piace, rilassa, fa sognare. Provare per credere, una sera al posto di cenare con la tv accesa, provate a tenere solo la radio... Ogni anno, alla fine del festival, mi dico come sarebbe bello vederlo in una versione più estesa e di richiamo, magari in città, magari maggiormente pubblicizzato. Ma poi, in fin dei conti, la parte più grande del suo fascino sta proprio in quell'impostazione intima, casereccia, come di una perla trovata sulle montagne per chissà quale motivo. E poi, per ascoltare bene ci vuole il silenzio. E non è cosa da poco.

lunedì 23 agosto 2010

Un festival ti...cinese

Vabè, sono quasi fuori tempo massimo. Ma sottoporsi a un'intera edizione del festival del Film di Locarno può dare effetti collaterali, e dunque per metabolizzare il tutto ci vuole qualche giorno. Se poi l'edizione in questione sarà ricordata negli annali come "quella aperta dal film porno-splatter (più splatter che porno, in realtà) sugli omo-zombie", ci vuole pure qualche giorno in più.
Locarno, dicevamo. I pardi giallo-neri dappertutto, la gente che arriva un po' da ogni dove, la meravigliosa sensazione di uscire da un cinema e sapere di essere in mezzo a degli spettatori civili (tanto per dirne una: per terra non c'è traccia di popcorn o altro)... Dal "più grande evento culturale svizzero" (così lo chiamano i ticinesi) si esce effettivamente con un ritratto perfetto di quella che è la Confederazione: organizzazione ottima, prezzi carissimi, aplomb tutto rossocrociato, molto manageriale insomma. Un savoir faire un po' freddino ma cortese che non è riuscito ad essere scalfito del tutto nemmeno dal direttore degli scandali, il parigino Olivier Père. Colui che ha saputo alimentare e movimentare sia le cronache giornalistiche diurne che i gossip cittadini notturni (sarà possibile beccarsi una denuncia per diffamazione anche su un blog semi-anonimo? Io nel dubbio sto zitta). Sta di fatto che: 1) i film belli c'erano, peccato solo che l'attenzione non sia andata proprio su quelli, catalizzata invece da 2) Le pellicole controverse: piazzate ad arte un po' ovunque, tra tanto sesso un po' gratuito, zombie in tutte le salse, incesti, clonazioni e perfino clonazioni incestuose. Polemica assicurata, fiumi d'inchiostro e un po' di pruderie. Per finire, comunque, le giurie hanno preferito premiare i film più delicati, consacrando con il pardo d'oro il cinese "Han Jia", che non era certo tra i favoriti, è stato apprezzato ma non acclamato, e che - soprattutto - ha la caratteristica di essere un film sull'educazione premiato in un festival che di educativo non voleva davvero avere nulla. Panta rei, nulla si crea e nulla si distrugge: in un posto come il Ticino evidentemente gli opposti si attraggono e riescono a convivere beatamente. A costo di un po' di bagarre, è ovvio... ma in fondo era sempre Eraclito ad insegnare che "dai discordi bellissima armonia e tutto avviene secondo contesa".

non la dico - non la dico.... l'ho detta: il film vincitore, guarda caso, è stato prodotto da un cinese che da anni risiede proprio in Ticino. Un ti/cinese, insomma.

martedì 13 luglio 2010

Rombi di tuono

Li immagini lì, tranquilli nei loro pascoli, o al massimo seduti in banca a mangiare un gelato, e pensi che gli svizzeri, per quanto buffi, siano in fondo i vicini di casa ideali. Invece no, io lo posso dire. Portando nella propria coscienza fortissime dosi di calvinismo dei padri, gli elvetici fanno valere sempre e comunque la filosofia dell'"ognuno per sé e Dio per tutti". Quindi non aspettatevi che limitino le proprie attività rumorose - tipo falciare il prato o aggiustare una rombante motocicletta - solo perché sono le 7 del mattino e poco distante da lì si trovano le stanze da letto dei loro confinanti. Macché. Anzi, il richiamo dei motori rumorosi sembra per il ticinese medio decisamente irresistibile. Per dire, le automobili. Hai un bel dire, "che bella la Svizzera, com'è verde", ma è verde per i pascoli, certo non per i suoi abitanti. Hai un supermercato a un chilometro di distanza? L'elvetico nemmeno si sogna di andare a piedi a fare la spesa, fiducioso impugna le chiavi della macchina e si dirige al parcheggio. Abiti nel centro di Mendrisio e vuoi andare al centro commerciale che sta nella zona industriale del paese (percorso stimato: 8 minuti di camminata)? Prendi comunque l'auto, oppure aspetti l'Autopostale (un mezzo di trasporto ottimo ci mancherebbe, ma colpito da una strana legge di Murphy: comunque vada, quando arriverai alla fermata dell'autobus e guarderai la tabella degli orari, scoprirai che hai un'ora di attesa). Una volta ho visto un ragazzo che conosco - e non si fanno nomi... - prendere l'auto per andare dal nostro posto di lavoro al centro di Lugano (una discesa che dura più o meno 5 minuti), e poi trovare parcheggio talmente lontano dal luogo di ritrovo da avere in sostanza raddoppiato il percorso iniziale. Però lui era tutto contento, e sorridendo ha commentato: "E sì, ho trovato parcheggio un po' lontano.. Ma vuoi mettere la comodità di scendere in auto?"

lunedì 28 giugno 2010

Una torta... svizzera!

Ecco, una delle cose che non sapevo assolutamente prima di sposare uno svizzero è che poi quelli ci tengono maledettamente a casa e cucina... Così, il Natale scorso, quando tastando uno dei pacchettini incartati da mio marito ho capito che sotto alla carta luccicante si celava un altro libro di ricette (ne avevo già ricevuti diversi, scelti accuratamente per me da mamme e zie varie), ho intuito che il mondo stava cercando di comunicarmi qualcosa. Da perfetta neofita ho iniziato a cimentarmi, e devo dire che tra un pasticcio e l'altro ci ho anche preso gusto. Proprio dal libro regalatomi dal consorte (che è questo qui) ho tratto la dolcezza che vedete qui sopra: l'autrice Sigrid Verbert ha lanciato un concorso sul suo blog (www.cavolettodibruxelles.it), invitando i lettori a rielaborare una delle sue ricette. E non potevo davvero tirarmi indietro, dato che sul suo "libro del cavolo" si trova il dolce più inconsapevolmente svizzero che mi sia mai capitato di vedere, la "torta con polenta e lamponi". Elvetico fino al midollo, dato che il cuore del gusto sta proprio nell'utilizzo della farina di polenta: una specialità che lo svizzero medio non si fa mancare nemmeno in estate, sotto a 40 gradi centigradi. Chissà che, complice questa ricetta, per quest'anno non riesca a salvarmi dalla tradizionale "polentata" del primo d'agosto (che qui è la festa nazionale)... Io, ad ogni buon conto, ho già iniziato a rielaborarne la presentazione in toni enfaticamente rossocrociati. La croce bianca è fatta di dadini di cocco (volevo limitarmi a spargere zucchero al velo sui lamponi ma ho scoperto che sono frutti estremamente porosi..), ingrediente che comunque non ho aggiunto all'impasto originale. Chi non gradisce può limitarsi a toglierlo dalla superficie. Ma a me questo miscuglio di gusti invernali e tropicali in fondo piace assai. Bon appétit!


mercoledì 23 giugno 2010

Di gufi e... di lupi

Festa grande, stupore enorme, titoloni a caratteri cubitali: arrivo in ritardo di una settimana, e però, qui, la vittoria della nazionale rossocrociata sui tori spagnoli ha davvero mandato in visibilio il Paese. Più che la felicità, a dominare, negli animi elvetici, è stata l'incredulità. E la sconfitta dal Cile di lunedì, per paradossale che possa sembrare, ha un po' rassicurato gli animi (una cosa del tipo "ah, ok, allora il mondo non sta per finire"). Tanto per intendersi, alla vigilia del primo match una delle più grande aziende elvetiche della grossa distribuzione - tra supermercati e centri commerciali - aveva lanciato una bella iniziativa: "se la Svizzera vince contro la Spagna, domani vi offriamo il 10 per cento di sconto su qualsiasi acquisto". "Beh, si capisce bene perché l'hanno fatto", si dicevano tutti sorridendo, a guardare i giornali con questa campagna pubblicitaria. Poi, invece, succede che a volte, a voler gufare e fare i guastafeste, le cose prendano una piega imprevedibile. Perciò, il giorno dopo, si era tutti effettivamente a fare spese grosse, alla faccia di quei vertici aziendali così poco sportivi. Che, comunque, non devono essersela presa troppo, tanto che la scommessa è stata riproposta - questa volta con esito differente - anche per la partita successiva. Intanto le bandierine rossocrociate sbucano un po' ovunque: dalle macchine, dalle finestre dei palazzi, dalle vetrine dei negozi e delle banche. Tutti pazzi per i mondiali... Anche se, a ben guardare, tutto questo proliferare di partite lascia anche degli insoddisfatti: primi tra tutti i gestori dei postriboli, confrontati con un improvviso, drastico calo di clientela. Cosa che, anche a un'anticalcista come me, dà tutte le ragioni per scendere in piazza ed unirsi ai cori di "Forza Svizzera!". Lo si farebbe volentieri anche per la nazionale azzurra. Ma, a parte il fatto che rischierei un pubblico linciaggio, non so come, "Forza Italia" non mi suona tanto bene...

martedì 15 giugno 2010

5) Il campione


I mondiali impazzano? In tv non si vede che calcio, calcio, nient'altro che calcio? E noi, alternative, prepariamoci su un altro fronte: settimana prossima inizia in effetti anche il torneo di Wimbledon. Nei soliti 90 minuti ecco allora la full immersion nello speciale che swissinfo dedica a Roger Federer l'eroe nazionale. Che, tanto per restare in tema, è frutto di un incrocio tra... Svizzera (per parte di padre) e Sudafrica (per parte di madre). Gli svizzeri, è ovvio, hanno rinnegato qualsiasi atteggiamento scontroso o ribelle del caro Roger (peccati di gioventù, pare) attribuendone la responsabilità alla genitrice straniera, mentre la calma e il savoir faire elaborati col tempo sarebbero eredità inequivocabilmente rossocrociate (sono parole del suo primo allenatore, mica mie!). Ah, questi elvetici! Saranno anche flemmatici, ma sull'autocritica dovrebbero lavorare un po'...

eh sì. non è ancora arrivato il solito posto settimanale. ma domani sera gioca la svizzera, suvvia. vogliamo perdercela?

lunedì 14 giugno 2010

4) La lezione


La Posta svizzera ha dedicato una video-unità didattica al tema della gestione del denaro in tutte le sue forme, dagli investimenti, al risparmio, all'organizzazione di eventi. Si chiama "A conti fatti in 90 minuti", e penso non sia necessario specificarne ulteriormente la durata. Controindicazioni: sarebbe dedicata agli studenti delle superiori. Però si sa, non è mai troppo tardi. Di questi tempi, anzi, la consiglierei anche a qualche manager.

domenica 13 giugno 2010

3) Lo shopping


D'accordo, non è affatto necessario aspettare i Mondiali, per dedicarcisi. Però, se volete andare per centri commerciali, il momento è certamente propizio. Ad esempio da Fox Town - nota cattedrale del consumo posta nell'area industriale di Mendrisio - in genere io impiego novanta minuti solo per trovare parcheggio. Ora, complici le partite (o la crisi?) il flusso di traffico è molto ridotto. Nel tempo di una partita potreste addirittura riuscire a finire i vostri giri. E, nel caso, si possono sempre invocare i tempi supplementari.

sabato 12 giugno 2010

2) La ricetta


Fate come me: esplorate nuovi orizzonti (culinari). Esattamente di 90 minuti è il tempo stimato per la preparazione degli gnocchi allo zafferano consigliati da saison.ch. La ricetta, a dirla tutta, sembra un po' una "zucchinata" - che è il termine che si usa qui per indicare le abitudini bislacche (alimentari e non) degli svizzero-tedeschi - ma il timing è perfetto, dunque si può concederle il beneficio del dubbio. Se proprio non piace, alla fine si può sempre rifilare il piattino a chi il tempo lo ha passato sul divano con la birra in mano.

venerdì 11 giugno 2010

1) Il giro turistico



Il giro turistico dei Castelli di Bellinzona durerebbe, secondo il sito ufficiale, due ore e mezzo. In un info-point ho trovato però un'alternativa (evidentemente ridotta, ma va bè, mi accontento) da 90 minuti esatti. Un'alternativa ai Mondiali che permette ad un tempo di acculturarsi (i castelli sono patrimoni Unesco per l'umanità) e sconfiggere la cellulite. Meglio di così...

Quello che dico io del calcio..

... nulla! Perché in realtà, come dicevo, non lo seguo. Dunque, visto che mi ritrovo con un marito calciofilo ("ma è per lavoro" mi dice. seeeee..), sto elaborando un progetto: si chiama "l'altro mondiale" e prevede alternative da 90 minuti esatti alle partite di calcio. Cosa si può fare in Svizzera in un'ora e mezzo precisa? Per ora ho trovato una decina di idee - le pubblico un po' per volta, però, mica me le brucio tutte insieme - .. Ma se avete consigli sono sempre bene accetti. Perché il Mondiale prevede, mi dicono, una quarantina di match.

lunedì 7 giugno 2010

Quello che mi dicono del calcio

Ecco, dato che del calcio io mi disinteresso totalmente (non è mica un vanto, solo un dato di fatto), l'altro giorno ho detto a mio marito, in partenza per Ginevra: "Mi raccomando, portami qualche aneddoto gustoso...". Il consorte, l'avrete capito, si apprestava ad assistere al derby di casa mia: Svizzera-Italia. "Storie particolari non ce ne sono" ma ha detto al suo rientro "però posso dirti che una sala stampa così in disordine si vede solo quando ci sono in giro gli italiani. Che, per di più, si sono spazzati tutto il buffet...". Insomma, noi abbiamo il cliché dello svizzero tutto perfettino e ordinatino; loro, a torto o a ragione (a questo punto opterei per "a ragione") vedono gli italiani come disordinati e caciaroni. Dicono che anche nelle sale stampa, agli incontri con gli allenatori, gli italiani sappiano farsi riconoscere, rispondendo allegramente alle proprie telefonate e disinteressandosi serenamente di tutto quel che non li riguarda direttamente. Cosa ci si può fare? Avranno, gli azzurri, anche qualche lato positivo.. "Ma certo, devi vedere con che trasporto cantano l'inno nazionale, quello è bellissimo... Tutti in piedi a urlarlo a squarciagola". Così mi ero messa il cuore in pace. Senonché, il giorno dopo, leggendo i giornali mi sono imbattuta nel noto caso Marchisio. Desolazione. E gli svizzeri? Nessun difetto? Arriveranno in Sudafrica pronti a sovrastarci con il loro savoir faire? Cosa succederà è difficile dirlo, ma secondo me la nazionale di calcio rossocrociata è pronta a godere in ogni caso della trasferta: scopro infatti che a est di Città del Capo c'è un produttore di vini svizzero che coltiva dieci tipi diversi di vite, e che prospera proprio grazie alla bevanda di Bacco. Comunque vada, insomma, gli ordinati svizzeri sapranno come consolarsi e sentirsi a casa. A suon di rosso e di bianco.

mercoledì 2 giugno 2010

Dolcezze rosse e bianche

'Sti svizzeri.. i colori della bandiera li mettono proprio dappertutto. Certo, però, che coi dolci ci sanno fare!

martedì 1 giugno 2010

L'attinenza, parte seconda

L'altro giorno sono stata ad un matrimonio rossocrociato e, tanto per confondermi ulteriormente le idee sull'argomento, alla fine della cerimonia è stato comunicato agli astanti che la sposa (bellissima!) avrebbe assunto il cognome e l'attinenza del marito, oltre a mantenere i propri. Il che, tradotto in termini pratici, significa due cognomi - e fin qui tutto ok - e... due attinenze. Due, come se tutt'a un tratto il passato dei propri avi potesse cambiare, duplicarsi, geminarsi. Il che, ammettiamolo, ha anche risvolti decisamente poetici: sancisce l'unione delle due famiglie, ammette ufficialmente la nuova arrivata nella cerchia dei parenti. Però, mi chiedo, come fanno le donne svizzere a non incorrere in problemi di schizofrenia? Bah. Al di là di tutto, si sarà notato che il matrimonio, in Svizzera, è rimasta un'istituzione molto più maschiocentrica (ho coniato un neologismo, così non mi tocca usare maschilista che sa di antipatico) di quanto non avvenga in Italia. Non ci sono esattamente due famiglie che si uniscono; la sposa entra nella famiglia dello sposo, punto (vecchio stile, insomma). Inutile dire che lui non prende l'attinenza di lei... (avrebbe senso, no?). Di base, poi, a meno che la donna non faccia esplicita richiesta perché le cose vadano diversamente, il cognome diventa direttamente quello della famiglia del marito - lo so cosa pensate, "anche in Italia". Invece no, se non chiedi niente, in Italia, ti rimane il tuo cognome -. Al massimo puoi chiedere di posporre il nuovo cognome al vecchio, creando i composti. Per ogni altra evenienza - ivi incluso il voler mantenere immutato il proprio nome di famiglia - bisogna fornire "valide motivazioni" (il formulario dice così) da inoltrare alla Cancelleria di Stato. E vabè, al di là delle questioni di principio nessuno sembra soffrirne più di tanto... Sarà che ai matrimoni, in genere, scorre tanto vino?
Comunque, tornando all'attinenza, posso dire di aver fatto una scoperta sensazionale: capitato non so come su questo blog, mio padre ieri mi dice: "Guarda che tua bisnonna era di Mendrisio, sarà quella la tua attinenza...". Mendrisio? Cioè Mendrisio-Svizzera? Aiuto, quindi ho anch'io sangue elvetico nelle mie vene? E come c'è finita, una svizzera, nella romagna del mio papà, che è tanto rossa ma per nulla "crociata"? E soprattutto, posso ancora vantarmi di essere diversa dagli svizzeri? Il dilemma è importante. Soprattutto se si considera che sta arrivando la partita dell'anno: Svizzera-Italia.

p.s. Io non ho problemi di schizofrenie-attinenziali perché mi sono fatta furba: ho sposato sì uno svizzero, ma la cerimonia civile l'ho fatta officiare in Italia.

lunedì 24 maggio 2010

Problemi... di base

Ecco, io quando ero piccola pensavo che, essendo neutrale, la Svizzera all'esercito non facesse granché caso, che insomma non stesse a preoccuparcisi più di tanto, visto che teoricamente non dovrebbe servirsene. Invece no, con la saggezza che i suoi sette anni in più gli conferivano mio fratello mi spiegò che è proprio perché l'esercito deve poter garantire la neutralità del Paese a dover essere sicura di avere truppe ben allenate, pronte ad agire nel momento del bisogno. Da lì io mi ero messa il cuore in pace e all'esercito svizzero non avevo proprio più pensato, mi dava l'idea di una cosa segreta e impegnatissima: chissà cosa studiavano, nelle caserme montanare, per poter garantire la neutralità. La risposta l'ho avuta nei giorni scorsi, quando sono venuta a conoscenza del progetto "nuove calzature". L'articolo che ho letto iniziava più o meno così: "con il progetto nuove calzature l'esercito svizzero è finalmente riuscito a realizzare una nuova arma". Mi ero giò immaginata l'armata confederata pronta ad esibire piedi muniti di coltellini pieghevoli, estraibili esercitando una lieve pressione sotto all'alluce, pronti a speronare il nemico nel momento del bisogno (un po' come nella scena delle bighe di Ben Hur). Invece no, tutta un'altra cosa. Praticamente, la scienza elvetica è riuscita a produrre delle calze superspeciali che evitano la formazione di fiacche grazie ad una particolare composizione di fibre. Seguono, nell'ordine, le mie reazioni. Primo pensiero: escludere il popolo civile dall'utilizzo di questi calzini è un'ingiustizia sociale bella e buona (scusate, e noi povere donne in carriera intrappolate in tacchi vertiginosi e condannate a calli e duroni non abbiamo qualche diritto? non siamo noi le vere guerriere di oggi?). Secondo pensiero: ok, comode, confortevoli, quello che volete. Ma è appropriato definirle "un'arma"? Ovviamente bastava continuare a leggere l'articolo. Perchè in questo modo ho appreso che le nuove calze sono infine state sottoposte a una prova di resistenza: durante una settimana, 60 reclute della caserma di Aarau le hanno indossate tutti i giorni durante una marcia. Eccola lì, l'arma micidiale: alla fine della marcia, quei calzini, basta tirarli verso il campo nemico. Ci scommetto, mieterebbero vittime.

lunedì 17 maggio 2010

Svizzeri... come me!


Sarà la Svizzera che porta bene? Sarà l'aria salubre delle montagne verdi (bisognerebbe poi chiederlo a Marcella Bella, se pensava anche lei alla Svizzera)? Sarà la combinazione esplosiva di polenta il 1° agosto, fondue a capodanno e rösti per gli altri 363 giorni? Chi lo sa... Fatto sta che, curiosando qua e là nel web, ho scoperto che alcune tra le più grandi intuizioni della storia recente sono balzate nella mente di pensatori/filosofi/scrittori non-svizzeri proprio in territorio rossocrociato. Come se fossero sempre state lì, nascoste da qualche parte, e la visione delle caprette e della neve le avesse tutt'a un tratto liberate.
Per dire, di fronte a un masso dell'Engadina, Nietzsche ebbe l'intuizione dell'eterno ritorno (gli svizzeri ci hanno messo una panchina e una targa, tanto per ricordare l'evento. Ha un testo molto fantasioso: "Qui Nietzsche ebbe l'intuizione dell'eterno ritorno", e tu te ne stai lì davanti a quell'enorme roccia e ti domandi se tutto sommato i canapai non fossero già di moda). Oppure, Einstein: fu durante il suo periodo bernese che nacque la teoria della relatività. O Hemingway, che dalle parti di Montreaux, mentre si dilettava a scendere su e giù dagli slittini (giuro, pare sia stato addirittura campione locale), iniziò a scrivere l'"Addio alle armi". E ancora, andando un po' più indietro, ci fu Arthur Conan Doyle, recatosi a Davos con la moglie: il quale, dato che non sapeva bene come impiegare le giornate, fece arrivare dalla Norvegia il primo paio di sci mai visto in Svizzera, introducendo così lo sport nel Paese. E, oh, certo, per di più decise di far morire il caro Sherlock proprio tra le vette confederate (il luogo è oggi meta di grandi pellegrinaggi). Insomma, le vette innevate e le temperature frizzantine sembrano davvero stimolare la creatività. O forse, chi lo sa, sarà la compagnia degli amici svizzeri, con tutte le loro stramberie, a farci vedere la vita con occhi diversi? In fondo, un altro "non-svizzero" di Zurigo d.o.c., Ignazio Silone, disse tanto tempo fa "Quello che più mi piace degli svizzeri, a dire la verità, sono i loro difetti. Che il buon Dio glieli conservi!". Se lo diceva lui...

si accettano scommesse su cosa saprò creare io... Mary Shelley creò Frankenstein a Ginevra, io sogno spesso di ambientare un horror nel mio posto di lavoro. Chissà..

sì sì, ammetto: oggi un post un po' scacato.. ma sono in ansia pre-dentista, cosa ci volete fare?


venerdì 14 maggio 2010

(tra parentesi)


Non un post vero e proprio (non è mica lunedì!) ma un saluto ai... ticinesi di Pavia. Che, a quanto pare, sono tanti!

lunedì 10 maggio 2010

Voglia di radici


C'è un vocabolo, misterioso e oscuro, il cui significato completo rimane assolutamente intangibile a chi non sia fornito fin dalla nascita di passaporto rossocrociato: sto parlando dell'attinenza. Per il vocabolario italiano-base significa relazione, affinità. Per il vocabolario italiano-svizzero, invece, ha qualcosa a che vedere con le radici della propria famiglia paterna. E in pratica si riferisce al Comune d'origine della stirpe (a quante generazioni sia necessario risalire lo ignoro). Che, come idea, ha anche un sapore abbastanza mitico, profuma di alberi genealogici ed altre storie di famiglia con cui trastullarsi all'ora del tè. Il problema è che, qui, non si tratta assolutamente di un'informazione secondaria o accessoria, nel senso che siamo del tutto fuori dal campo delle "semplici curiosità". No no, l'attinenza è richiesta in ogni documento ufficiale. Potete immaginare il mio stupore quando, chiesti in Comune a Mendrisio i documenti da compilare in vista del matrimonio, mi fecero la fatidica domanda:
"Attinente di...?".
Naturalmente, da spocchiosa e orgogliosa madrelingua italiana quale sono, il primo pensiero che mi passò per la mente fu più o meno "Ma perché i ticinesi devono sempre storpiare le reggenze? si dice "attinente a", non "attinente di"". Poi, pensando a cosa ribattere, mi venne in mente che quella domanda non aveva tanto senso. Cioè, cosa cavolo voleva sapere quella lì? Così, armata di coraggio balbettai:
"Scusi?"
"Attinente di...?"
Santa pazienza - mi dicevo - questa non ha ancora capito cosa sto cercando..
"Sì, beh, ecco, come le dicevo sto cercando i documenti attinenti alla procedura matrimoniale.."
"Ho capito. Attinente di...?"
Ecco, giunta a questo punto alquanto beckettiano della conversazione intuii che, in Ticino, "attinente" doveva avere un significato diverso da quello che gli attribuivo io. Anche la signora doveva essersene resa conto, perché, con l'aria di aver capito che si trovava di fronte a un'altra italiana rimbambita, mi spiegò che voleva sapere il paese d'origine della mia famiglia.
A cosa serva esattamente dichiararlo, è qualcosa che non mi è ancora chiaro. Fatto sta che te lo chiedono per ogni pezzetto di carta ufficiale, ed è proprio a quel Comune che, poi, bisogna richiedere il "libretto di famiglia", vale a dire un fogliettino vidimato in cui l'autorità certifica se sei sposato oppure no e, nel caso, quanti figli hai (casomai te lo dimenticassi!). Sembra che, ovunque tu vada, non importi tanto dove hai vissuto fino ad allora, o che cos'hai fatto nella tua vita, ma piuttosto da quale parte della Svizzera è uscito il tuo dna, chi erano i tuoi avi, e insomma quanto lontano sei andato. Come per tracciare una mappatura precisa della tua storia, perché qui ogni minuscolo paese ha la sua importanza, guai a dimenticarsi che fa parte di te.
Beh, comunque vi voglio raccontare anche la fine di quella famosa mattinata in Comune: "Da che Comune viene la tua famiglia?" mi chiese dunque la signora. "Da Dovadola" (ho sparato a caso, ammetto. Io sono nata a Como, mio papà a Dovadola, suo papà a Mandello, il papà di suo papà non lo so... qual è in tutto questo il mio paese d'origine?) "Da dove?" "Da Dovadola, in Italia".
"Ah!" fece quella di rimando "Allora non mi interessa, mettiamo solo Italia".
Perché sì, ogni paesucolo, qui, ha la sua importanza, per quanto piccolo sia. Ma fuori dai confini... c'è solo il resto del mondo.



lunedì 3 maggio 2010

Uè tagliàn!


"In fondo anche voi siete italiani" ha detto l'altro giorno Pippo Baudo a una cantante ticinese durante la puntata di Domenica In (ci tengo a precisare subito una cosa: l'ho guardata per lavoro, solo per lavoro). Certo, lei per pura cortesia gli ha risposto che è proprio così. Invece credete a me, non è vero niente. Se c'è una cosa che un ticinese sente sempre profondamente di non essere è un "tagliàn" (ci chiamano così. Anzi, in genere prima di quell'epiteto ci piazzano uno "uè", cosicché il dispregiativo completo è in effetti il seguente: "uè, tagliàn!"). Magari vi diranno che discendono dai vichinghi, oppure che hanno parenti in Francia, oppure faranno un passo indietro e vi ricorderanno che la Svizzera fa storia a sé, perché è neutrale. Ma mai (MAI!) ammetteranno la loro vicinanza al ceppo italico. Il che, in qualche caso, assume risvolti decisamente paradossali. Del tipo: andate in qualsiasi grottino e sul menu troverete di sicuro il risotto. Fin qui niente di strano... senonché, a ben indagare, scopri poi che il ticinese medio è profondamente convinto che il risotto (quello giallo, per intenderci) sia un piatto tipicamente rossoblù (sono i colori dello stemma del Cantone, credo). Capirete che, a parte causare una lieve sensazione di daltonìa dilagante, la cosa fa davvero un certo effetto. Perché di chiamare quel piatto con il suo nome "scientifico" - sillabiamo insieme, su: ri-sot-to-al-la-mi-la-ne-se - non se ne parla proprio. Altro esempio, visto che la stagione si avvicina: i mondiali di calcio. Niente suscita la competitività dei ticinesi più della maglia azzurra: si tifa sempre e comunque l'avversario.C'è Italia-Ghana? Allora forza Ghana! La cosa più incredibile, poi, è che è una rivalità per quel che ne so a senso unico (per dire, io per la piccola nazionale Svizzera avevo sempre un po' parteggiato). Ma tant'è, la realtà di confine è questa qui. E chissà se l'idea di Regio Insubrica prima o poi ci salverà...

ogni riferimento a persone o cose realmente accadute è da considerarsi puramente casuale

*la frenesia da mondiale ha avuto inizio già da qualche mese. Nell'immagine, un coniglietto di Pasqua indossa la divisa della Svizzera. Qualcuno dice che somigli più a uno scudo... non è che adesso diranno che anche lo scudo è roba confederata? (di questi tempi parrebbe strano...) va bè, comunque il coniglietto era buonissssssimo!

lunedì 26 aprile 2010

Le favole delle bancherotte


Chissà cosa direbbero i fratelli Grimm, se gli capitasse di ascoltare le favole nate nei tempi moderni. Roba d'avanguardia: dimenticati i lupi cattivi e le streghe malefiche, i mostri da cui mettere in guardia i bambini hanno assunto sembianze molto più quotidiane, e nevrotiche. In Svizzera, naturalmente, anche in questo contesto non si potevano dimenticare i problemi finanziari: tanto che, per educare i più piccoli a non indebitarsi, l'associazione Pro Juventute si è inventata un racconto in cui una streghetta impertinente dona a una bambina un carta di credito magica e la incita a comprare tutti i giocattoli che vuole. La protagonista, comunque, dimostra di essere meno sventata di Cappuccetto Rosso o Biancaneve: lungi dal dare retta alle sollecitazioni del cattivo, si volta dall'altra parte e non casca nel tranello. "La carta di credito fatata non esiste, lascia perdere il consumismo e sarai meno triste" sembra essere la morale impartita dalla favoletta. Niente scherzi: il racconto sarà stampato e distribuito in vari Cantoni ai bambini tra i 5 e gli 8 anni. Certo, nella patria delle banche non potevano inventarsi nulla di diverso: le favole nascono e sono parte della tradizione popolare di un paese. Anche se sinceramente avrei preferito veder nascere un racconto su un cioccolataio troppo goloso: la poca poesia della vicenda di "Plotz Tuusig" (questo il titolo della favola) lascia un po' a desiderare. Ma si sa, oggi bambini e adulti si incontrano "a metà strada": facciamo crescere i piccoli in fretta, mentre gli adulti scelgono di non diventare mai grandi davvero. E allora non posso non pensare che in fondo la parabola un po' brutale della bambina con la carta di credito sia rivolta più agli operatori della finanza che all'infanzia. La crisi mondiale è ancora qui, e rielaborarla non è facile per nessuno. E allora eccoci: dalle favole della buonanotte, si passa alle favole delle bancherotte.

lunedì 19 aprile 2010

Hipp hipp(ie) urrà!

Mi ricordo, a un certo punto, di avere presentato a un mio cugino (ovviamente italiano) il mio allora futuro marito rossocrociato. Il cugino gli ha parlato per un po', ha fatto qualche domanda, raccontato e ascoltato. Poi, tutt'a un tratto, mi guarda e dice: "Beh, svizzero... alla fine è come noi!". Sì, alla fine, "sono come noi" (almeno così sembra). Anch'io, prima di conoscerli un po' meglio, mi immaginavo gli svizzeri come personaggi lievemente stravaganti; sarà forse per l'assurda divisa delle guardie svizzere in Vaticano, tutta variopinta e a sbuffo? Può essere. E probabilmente è da attribuire alla stessa associazione d'idee il mito secondo cui gli elvetici sarebbero tutti precisini e perfettini, ligi alle regole. Però, però... andando indietro con la memoria - nemmeno a tanti anni fa - non è difficile ricordare quegli anni molto hippie in cui in Ticino si vendevano allegramente e non troppo di nascosto grandi quantità di canapa. In realtà, malgrado quello che si crede, la vendita della cannabis non è mai stata legale; semplicemente, in un periodo d'incertezza in cui il governo sembrava andare in quella direzione e le forze dell'ordine aspettavano il da farsi, molti hanno colto l'attimo. Poi gli eventi hanno preso una piega diversa, la canapa è stata bollata indiscutibilmente come fuori legge e ha preso il via l'era dei cosiddetti "processi ai canapai". Alcuni con risvolti esilaranti. Ricordo di avere assistito a uno di questi procedimenti, in cui gli imputati sostenevano sì di avere venduto canapa, "ma solo per collezionisti", quindi non per il consumo, e pretendendo dunque l'assoluta legalità dell'operazione. Il giudice, manco a dirlo, non se la bevve. Ma in ogni caso il capitolo non sembra chiuso del tutto: da anni, infatti, la Svizzera ospita la "fiera mondiale della canapa" (la decima edizione si è conclusa ieri a Basilea). Certo, non si vendono né erba né semi contenenti l'htc. Il mercato della canapa è fatto anche di vestiti, carta, prodotti cosmetici e alimentari; ma le proteste si fanno sentire e secondo molti gli organizzatori giocherebbero volutamente sull'ambiguità. Tant'è, le forze dell'ordine vigilano e non sembrano esserci problemi di sorta. Ma va detto che, tra i responsabili di CannaTrade, qualcuno ammette apertamente che la battaglia per la liberalizzazione della cannabis non è affatto finita. Il fatto, confrontato con l'immagine-tipo del cittadino confederato, sembra abbastanza paradossale, perché equivale un po' a pensare a un banchiere con i rasta. Poi però, ci pensi bene e ti viene in mente che gli svizzeri sono quelli della neutralità. Dell' "io non mi schiero e con la guerra non voglio avere niente a che fare". Che, a modo suo, diciamocelo, è uno slogan molto "peace and love".

lunedì 12 aprile 2010

Ti sorridono i monti...


Tutti la ricordiamo come la bambina paffutella, ipervivace e rubiconda che, ingiustamente vessata, riusciva infine a sconfiggere la signorina Rottermeier e a far camminare quell'antipatica di Clara. Se c'è un mito più svizzero di Guglielmo Tell, quella è la piccola Heidi. La stessa che amava le montagne, il latte di capra e il pastorello Peter. In pratica, come scrivevo qualche post fa, il prototipo d'infanzia che tutti gli insegnanti elvetici cercano di riprodurre quando portano le proprie classi alla "settimana montana". Mai, mai toccare la cultura popolare: è il panico. Specialmente se a rompere le uova nel paniere interviene un rappresentante di una cultura confinante - e dunque direttamente antagonista - del Paese in questione. E' successo che, nei giorni scorsi, il germanista Peter Beutnner abbia tacciato di plagio l'amato libro di Johanna Spyri: le vicende della pastorella sarebbero infatti state volgarmente copiate da tale "Adelaide, la ragazza delle montagne alpine", del tedesco Hermann Adam von Kamp. La notizia ha subito suscitato l'indignazione rossocrociata: e, addirittura, la televisione svizzero-tedesca ha dedicato una serata speciale alla questione, cercando di stabilire inconfutabilmente la svizzeritudine della bimba. Certo che, a pensarci bene, anche nel romanzo della Spyri i tedeschi (in quel caso di Francoforte) cercavano di rapire la piccola Heidi alle sue montagne. Ma gli svizzeri, sotto quell'aria quadrata, hanno uno spirito ribelle, e così - proprio come nella favola - la pastorella ha reclamato con forza la sua appartenenza alla Confederazione, spalleggiata da critici letterari e studiosi di cultura popolare. Una pasionaria elvetica, insomma. Scherzi a parte, non c'è solo la questione dell'affezione per un personaggio tradizionale: perché, al di là di tutto, siamo in Svizzera, patria di banche e finanzieri. E qui, volenti o nolenti, l'ingenua pastorella è diventata un marchio registrato. Il territorio di Meienfled* (ora più conosciuto con ilnome di "Heidiland") è infatti meta ogni anno di frotte di turisti, che mangiano formaggini, bevono acqua minerale e pasteggiano all'autogrill tutti dedicati alla ragazzina, circondati da riproduzioni che cantano lo yodel e caprette che belano senza sosta. Il trionfo del kitsch. E la zona (manco a dirlo) è frequentata soprattutto da giapponesi. L'introito che ne deriva non è da poco. E allora, non è davvero difficile credere che, come recitava la canzoncina, i monti sorridano alla pastorella. Le sorridono eccome, e le fanno anche l'occhiolino. Ringraziandola per l'aiuto, c'è da scommetterci.

*va bè, l'ho scritto sbagliato... per lo script corretto, vedi il primo commento qui sotto (grazie biondino!)

lunedì 5 aprile 2010

C'era una volta un piccolo naviglio...

Il motto, qui in Svizzera, è "fare le cose per bene" (somiglia tanto a una multinazionale che vende formaggi, lo so...). Così, per esempio, quando un cittadino confederato si mette in testa di aprire un museo dei trasporti vedrà di includere nell'esposizione qualsiasi - ma proprio qualsiasi - aggeggio che consenta a un individuo (ma anche a un oggetto) di muoversi da un punto all'altro. Succede a Lucerna, al Verkehrshaus, il più grande e visitato museo della Confederazione. Enorme, divertente e ovviamente ordinatissimo, si estende su qualcosa come 40mila metri quadrati mettendo in mostra proprio di tutto: dalle navi, ai treni, alle macchine e agli aerei. Senza disdegnare, però, nemmeno passeggini, carrelli della spesa e trolley. Paese montagnoso e da sempre complicato dal punto di vista dei collegamenti e delle comunicazioni, la Svizzera non poteva che riservare una grande attenzione a un tema come questo. E, in effetti, i visitatori sono tanti. Soprattutto bambini. Non perché trenini & co. siano cose che interessino solo all'infanzia, ma perché, grazie al cielo, il museo si caratterizza per una spiccata interattività: si parla di trasporti? E allora aboliamo le distanze: sui modelli esposti si sale, ci si siede e... si gioca. E così, con tono scanzonato, anche di fronte a reperti storici come la compagnia di bandiera Swissair (fallita una decina d'anni fa) e a un paio di hostess di cartone si riesce a sorridere senza pensieri. Chissà se un giorno riusciremo a farlo anche di fronte alle vetuste carrozze Cisalpino... Il tempo cura tutto, è vero. Ma, con tutti i ritardi accumulati nella sua storia, è probabile che sarà necessario aspettare. Un altro po'.

lunedì 29 marzo 2010

Attenti al lupo

Lucio Dalla poteva certo predicare di stare tranquilli, ché in fondo anche con i grandi predatori basta usare un po' di cautela; così, spensierato, attraversava il bosco confidando solo nell'"aiuto del buon Dio". Ma il Ticino è un popolo di gente eminentemente pragmatica; la metafisica non piace troppo, prima si guardano gli effetti pratici, poi si può discutere di tutto il resto. Così, l'arrivo di un lupo in una valle, non viene certo salutato con indifferenza. Assolutamente no: ad ogni comparsa dell'animale, in Gran Consiglio (vale a dire l'analogo del Parlamento italiano) è tutto un fiorire di interpellanze, domande, questioni. Cosa fare? Come agire? Lo dicevo qualche settimana fa, qui l'agricoltura e la pastorizia non sono certo attività collaterali, col bestiame non si scherza. Da notare che, per fortuna, al momento non si sono visti branchi: negli anni scorsi sembrava essere un animale solo, quest'anno invece i lupi accertati sarebbero due. E al di là di un paio di povere pecore che ci hanno rimesso le penne (ma si può dire, per una pecora? "Ci ha rimesso il manto" non suona tanto bene) l'allarme non sembra terrificante. Però si sa, prevenire è meglio che curare, e il problema più pregnante, a questo punto, è capire come evitare che i due seguano le indicazioni della Genesi crescendo e moltiplicandosi. Il fatto che i lupacchiotti in questione siano due maschi non sembra affatto tranquillizzare gli interessati. Insomma, al cinema i lupi mannari vanno improvvisamente di moda, ma nella vita reale ed eminentemente pragmatica del contadino ticinese, non c'è posto per le amenità. Eppure io mi chiedo: possibile che due singoli lupi possano suscitare tanta indignazione? Poi, la scoperta: i due esemplari arrivano dalla vicina Italia. E, improvvisamente, non so come, tutto diventa più chiaro...

martedì 23 marzo 2010

avviso ai naviganti

pazientate, pazientate.. lo so, sono in ritardo ma anche in Svizzera ci si ammala.. torno presto, promesso!

lunedì 15 marzo 2010

Lessico particolare

Una volta, quando non ero "svizzera" (tra virgolette perché tecnicamente non lo sono ancora) ma semplicemente una pendolare tra le tante, mi capitava di starmene sul treno e imbattermi in qualche italiano che per la prima volta metteva piede sul suolo elvetico. Mi ricordo ancora un toscanaccio, chiacchierone - anzi, logorroico direi - che con tutta l'innocenza del mondo mi disse: "Ma alla fine, in Svizzera, l'italiano lo parlano tutti!". Per non parlare di un tizio che qualche tempo fa, in vacanza, mi disse impertinente: "Vabè, dai, adesso è già qualche anno che lavori in Svizzera... Qualche parola di svizzero l'avrai pure imparata...". Eccome se ne ho imparate! Però, una volta per tutte, sarà bene precisare che la Confederazione ha tre lingue ufficiali (tedesco, francese e italiano) e una quarta (il romancio) che è considerata nazionale. Dunque, niente "svizzero". Anche se, diciamocelo, lo Schwytzerdütsch ha ben poco in comune con il tedesco ufficiale. E lo svizzero-francese fa sorridere per molte espressioni il turista-di-Parigi (sempre i soliti snob). Così, non è certo un mistero, anche il "ticinese" è una lingua a sé stante, simile all'italiano ma non del tutto identica. Capace di proporre perle come i termini "natel" (il cellulare), "rolladen" (tapparelle) e "trèning" (tuta). (Sì, sì, ok, l'ultima parola sarebbe in realtà "training", all'inglese, ma loro la pronunciano come ho detto io: trèning). A parte qualche orrore incontestabile, comunque, i ticinesismi - derivanti dalle forti influenze delle altre comunità linguistiche nazionali - hanno il pregio di arricchire la lingua, che risulta in definitiva molto dialettale ma altrettanto pittoresca. "Fammi un colpo di filo, neh" mi capita di sentire a volte quando qualcuno mi chiede di fargli una telefonata, e io mi immagino l'interlocutore a casa sua, che vede il telefono muoversi perché io, dall'altra parte, ho tirato il cavo - memoria di tempi passati in cui i telefoni avevano ancora effettivamente un filo. Da notare anche che, mentre il fascismo in Italia coniava espressioni come "fuori gioco" e "fallo" per evitare la proliferazione di parole straniere nel gergo calcistico, gli svizzeri continuavano invece a usare il lessico anglofono. Con il risultato che, oggi, trionfano ancora in tutta la loro internazionalità, quando assistono alle partite di "footbàll". Rigore mancato? Niente insulti all'arbitro: come veri gentlemen inglesi gli spettatori (almeno quelli di una certa età) non si scomporranno. Tutt'al più si limiteranno a domandare al vicino: "Eh, ma l'era mia penàlti?"

p.s. per tutti gli interessati è ovviamente lettura consigliatissima (nonché divertentissima) "Lo svizzionario"


lunedì 8 marzo 2010

Animali come noi

Non crediate, solo perché alla fine il popolo elvetico ha deciso per un sonoro "no", che tutta la faccenda dell'avvocato degli animali sia sorta in Svizzera per un semplice caso. In realtà resto convinta che un'idea simile potesse venire solo ad uno svizzero. Riassunto delle puntate precedenti: nello scorso weekend il popolo rossocrociato ha espresso il proprio voto su un'iniziativa popolare che proponeva di introdurre - appunto - un avvocato per gli amici a quattro zampe (ma anche a due, tre, cinque, ci mancherebbe), e che è stata bocciata sonoramente in tutti i Cantoni. Poco male, comunque: Fido e compari sono già ampiamente tutelati legalmente. In ogni caso, che l'iniziativa sia sorta proprio qui è indice dell'atteggiamento che in generale il cittadino confederato nutre nei confronti della natura. Cioè di affetto, rispetto, ammirazione. Perché la Svizzera non ha pascoli verdi solo nelle cartoline, e qui la civiltà contadina ha ancora una sua posizione centrale: con musei e cartelloni pubblicitari, per esempio. E anche con l'educazione: ho una nipotina-svizzera che, finché è andata alle elementari, ogni anno con la sua classe si è recata per una settimana in un rifugio di montagna. Niente a che vedere con la settimana bianca però: la chiamano "scuola montana" (ehm, almeno mi sembra..) e i bambini si dedicano ad attività nel verde e passeggiate nei boschi. In fondo, non sarà certo un caso che quella bambina anche un po' odiosetta a cui "le caprette facevano ciao", fosse proprio svizzera. Il Perry Mason di cani e gatti era certo un'idea eccessiva; ma è comunque indice di qualcosa. E poi, per la cronaca, qui la legge sugli animali è già piuttosto elaborata: tanto per dirne una, prescrive che gli animali "sociali", come criceti e cocorite, siano sempre accompagnati da un partner. Maschio o femmina, non viene specificato. Quando si dice "coppie di fatto"..

lunedì 1 marzo 2010

Sguardi e turisti

Non stupisce che, in un momento come questo - tra scudi fiscali, battaglie con la Libia e la minaccia addirittura di una guerra santa (lanciatale da Gheddafi) - la Svizzera si ritrovi ad interrogarsi sul rapporto che ha con gli stranieri. E dato che siamo pur sempre nella nazione delle banche e della monetizzazione, la prima riflessione va dritta al turismo. "Chi sono i turisti che arrivano nella Confederazione? E, soprattutto, cosa pensano di noi?", si chiedono i confederati. Ed ecco che, nella capitale, sta per aprirsi un'esposizione precisamente dedicata all'argomento: si chiama "Fascino svizzero" (dato il titolo di questo blog non si poteva proprio non citarla!), e mira a indagare l'immagine che le guide turistiche dipingono del territorio rossocrociato. Perché l'occhio dei "supervisitatori" incaricati di redigere gli articoli non può che essere indicativo di come la Confederatio viene vista all'estero. Vedremo (alla Biblioteca nazionale svizzera, dal 12 marzo).


p.s. sì, post corto... ma lasvizzerabellezza questa settimana è a New York. sempre, comunque, sulle tracce degli svizzeri!

lunedì 22 febbraio 2010

Pesto e cioccolato

Quello che mi piace dei ticinesi è che si danno un gran da fare a prendere in giro gli italiani (spesso neanche troppo bonariamente), e poi, però, si appassionano a tutto quel che avviene nel Belpaese. Qualche mese fa impazzava per radio e per televisione un concorso destinato ad eleggere la "chanzun rumantscha" (canzone romancia) per eccellenza, quella che gli svizzeri avrebbero riconosciuto essere la miglior rappresentante della minoranza linguistica che viene chiamata "quarta svizzera". E quando domandai al conduttore italofono della finale perché mai, tra tutto, proprio una canzone fosse stata chiamata ad essere eletta a simbolo dell'essere romancio, mi spiegò che la canzone è il mezzo di identificazione più facile, perché coinvolge tutti, e perché "unisce l'aspetto linguistico a quello della tradizione". E allora è a queste parole che ho ripensato quando, sabato scorso, il pubblico ticinese si è riunito negli studi della radio locale per eleggere il proprio, personalissimo, vincitore di Sanremo 2010. Stessi concorrenti, classifica diversa. Ma al di là dei risultati, questa strana gara canora - ribattezzata, unendo la gastronomia ligure e quella rossocrociata, "Pesto e cioccolato" - fa capire quanto, pur distaccandosene a parole, i ticinesi abbiano a cuore la cultura popolare italiana, e in fondo quanto ci si riconoscano. Un modo quasi inconsapevole di entrare a far parte dell'italianitudine, reclamando innocentemente il proprio diritto a votare la preferita tra le canzoni azzurre. Meglio sorridere e godersela... Perché verranno anche i tempi dei mondiali (di calcio). E lì, vedrete, sarà... tutta un'altra musica.

(ah sì, per la cronaca, qui ha vinto Arisa)

lunedì 15 febbraio 2010

Perché agli svizzeri piace il curling


Tempo di Olimpiadi invernali... Si poteva non parlarne? Assolutamente no, anche perché lo svizzero medio va in brodo di giuggiole per tutto quel che ha a che fare con la neve. E così sabato mattina la donna-che-vive-in-Ticino può sorridere tranquilla per il fatto di sentirsi dire dal coniuge "Sai, avrei invitato Tizio e Caia a mangiare da noi, questa sera", pregustando una bella occasione di chiacchiere e amenità. Può sorridere, dicevo, e magari preparare anche una bella cenetta, ma di questi tempi si ritroverà quasi sicuramente a contemplare insieme ad un'altra donna-che-vive-in-Ticino il rispettivo compagno perduto nei menadri del tubo catodico, con gli occhi fissi sullo schermo del televisore in cui passano giovanotti vestiti con tutine strane e bianche distese gelate. Poi d'un tratto ci si siede a tavola e un barlume di conversazione si accende nella mente dell'uomo di turno. "Amore?" dice. Risponde tutta speranzosa la donna-che vive-in-Ticino: "Sì, caro?". "Potresti spostarti un po' più a destra? Così non vedo la tv...". Insomma, alle donne-che-vivono-in-Ticino non resta che unirsi nell'attesa e farsi complici preparandosi una bella dose di caffè. La gara di salto con gli sci finisce, l'atleta svizzero ha vinto l'oro e finalmente si può spegnere la televisione, felici e contenti. Giusto? Sbagliato: "No, no, cosa fai, adesso giochiamo un po' al videogioco del curling!". E' un po' di tempo, ormai, che mi chiedo che cosa trovi di bello lo svizzero nel curling. Non penso di essere arrivata a una conclusione degna di nota. Fatto sta che ci sono una specie di palla (o meglio un grosso disco che scivola), otto maschi che giocano credendo di utilizzare tattiche precise e un bersaglio da colpire. Penso che questo agli uomini possa bastare. Sulle donne ho un'altra teoria: perché nonostante la donna-che-vive-in-Svizzera rimiri la partita con un'annoiata aria di circostanza io sono sicura che dentro di sé sogghigni compiaciuta. Anzi, probabilmente è stata proprio lei ad inventare questo sport. Perché diciamocelo, in quale altro contesto è possibile vedere un uomo darsi tanto da fare per pulire il pavimento? Già mi vedo le scene in casa degli atleti rossocrociati, con la donna che strilla "Amoreeee, secondo me oggi dovresti allenarti un po'..." e gli tira il mocio Vileda. Quasi quasi trovo una squadra anche per mio marito.

venerdì 12 febbraio 2010

Ogni scherzo vale...


Dici "svizzero" ed immediatamente pensi a un banchiere in giacca e cravatta, scrupoloso e rispettoso delle regole. L'immagine del rigore, insomma. Poi, invece, giri per le città e i paesi in una tranquilla giornata di inizio febbraio e ti capita di vedere gente vestita da bianconiglio, gente vestita da contadino, gente vestita da regina di cuori. Sì, è Carnevale e per il Ticinese medio la festa del mascheramento è una tradizione imprescindibile. Sarà che davvero, per tutto il resto dell'anno, gli svizzeri sono il ritratto dell'ordine, pagano tutte le loro tasse e non parcheggiano mai l'auto in seconda fila. E allora quella ricorrenza annuale per cui ogni regola viene capovolta, il periodo in cui - come si dice - "ogni scherzo vale", qui viene assaporato fino in fondo. Ma sempre in Svizzera si resta, e va da sé che il tutto è organizzato in modo più che rigoroso: ogni centro abitato (o quasi) ha il suo personalissimo Carnevale. E ogni Carnevale ha... un nome ben preciso. A Bellinzona è il Rabadan, a Locarno la Stranociada, a Chiasso il Nebiopoli, a Lugano Ul Sbroja. E così via... Ogni Carnevale ha i suoi regnanti: un re, una regina o - nei casi più evoluti - un primo ministro. E ognuno dei regnanti riceve, durante una cerimonia festosa e formalissima, le chiavi della città dal rispettivo sindaco (che in genere, per l'occasione, si maschera a sua volta), dando così il via ai festeggiamenti. Per una settimana, la città sarà nelle loro mani. Feste, cortei, musica e concorsi. E tanti eccessi, anche. Radio e televisione trasmettono in diretta le sfilate dei carri, i giornali pubblicano paginate di classifiche e foto, i rioni di quartiere preparano gnocchi e risotto. Tutto gira intorno al carnevale, festa in cui lo svizzero riesce a concertare eccesso e legge, disordine e ordine, sovvertimento e regole. Riuscendo comunque a dare al tutto l'aria - obbligatoria - di grandissima cagnara. Non è, questa, suprema svizzeritudine?

venerdì 22 gennaio 2010

Siamo a Posta

Una delle differenze più macroscopiche tra uno svizzero e un altro cittadino del mondo è il sentimento suscitato dal risuonare della parola "posta". Un italiano tratterrà a stento un moto di disgusto; uno svizzero sorriderà felice in preda a un'emozione quasi indescrivibile. La Posta, qui, non è semplicemente il servizio che traporta buste, pacchetti e cartoline da un paese all'altro. E' ciò che permette di tenersi informati, dato che i giornali vengono venduti quasi esclusivamente per abbonamento. E' il luogo dove si può comprare di tutto, dai francobolli, ai libri, ai cuscini per i voli in aereo. E poi, per molti, è un comodo mezzo per spostarsi da un posto all'altro. Non lasciatevi ingannare dalle apparenze: se state parlando con uno svizzero e improvvisamente lui svicola via biascicando "guarda, scusa, ti devo lasciare perché se no perdo la posta" non sta inventando una scusa fantasiosa per piantarvi in asso. E non vuole nemmeno dire che se non si troverà a casa nell'esatto istante in cui comparirà il postino perderà il diritto di avere accesso alle proprie lettere (io, la prima volta che mi è successo, pensavo proprio a questo. "come son fiscali, questi svizzeri", mi sono detta). No: in realtà intende dire "guarda, ti devo lasciare perché se no perdo la Posta", con la "p" maiuscola, perché proprio la Posta gestisce la principale compagnia di autobus, spesso l'unico mezzo di trasporto pubblico che unisca un paese all'altro. La Posta, dunque, è una presenza imprescindibile nella vita sociale di ogni cittadino confederato; e non sarà certo un caso che il suono del clacson della compagnia riprenda le prime note dell'ouverture di un'opera davvero svizzerissima, il Gugliemo Tell di Rossini. Che significa: la Posta per noi è qualcosa in cui identificarci, un mezzo per unirci, in tutti i sensi. Tanto che, per indicare qualcosa di assolutamente sicuro e poco problematico, i ticinesi hanno un detto: "non preoccuparti, va come una lettera alla Posta". Gli italiani usano invece preferibilmente un'espressione marinaresca "va tutto a gonfie vele". Sarà per questo che, inevitabilmente, tutti gli abbonamenti che faccio inviare al mio indirizzo in Italia finiscono per essere inglobati dall'...abisso del nulla?

mercoledì 6 gennaio 2010

"A Arz, Genestré e Castel...

...rìvan i Remagi" (traduzione letterale: a Arzo, Genestrerio e Castel San Pietro arrivano i Re Magi. Traduzione pragmatica: è il giorno dell'Epifania). Così riporta, sulla data di oggi, il mio calendario per l'anno 2010. Paese che vai, usanze che trovi; e qui il calendario in dialetto locale è un vero e proprio must. Quattro anni fa quando il mio (allora) capo entrò in ufficio urlando tutto contento "L'è arivà ul tacuin dal Mendrisiott!" e mi piantò sulla scrivania un opuscolo che avrebbe fatto la gioia di Umberto Bossi, mi dissi che sì, forse lavoravo insieme ad un leghista. Invece no. Al fascino del "tacuin" non resiste proprio nessuno. Non solo le famiglie di purosangue mo-mò (chiassesi, mendrisiensi e dirimpettai), ma anche gli insospettabili, anche quelli che risiedono nel Luganese, perfino famiglie perbene e distinte in cui accanto al sangue rossocrociato ne scorre di focosissimo e spagnoleggiante. Certo, questi sono tempi proficui, in cui anche in Italia si inizia a ricordare che il dialetto non è una deformazione dell'ortodossia linguistica ma un idioma a sé stante, e vedremo se davvero Sanremo accoglierà qualche testo "straniero". Ma qui non si tratta affatto della strenua difesa di un codice che rischia di scomparire; al contrario il dialetto è la lingua che il ticinese medio impara dai propri genitori, e che più avanti persevera ad utilizzare nella sua vita di adulto. Più di una persona - specie nelle zone del Locarnese e del Bellinzonese - mi ha confessato di avere imparato l'italiano solamente a sei anni e mezzo, una volta cominciata la scuola dell'obbligo. E ogni anno, aprendo la prima pagina del "tacuin", ripenso al colloquio di lavoro che mi ha portata a lavorare da queste parti: "E con le lingue come te la cavi?" mi chiesero. E io a spiegare che avevo studiato per un periodo in Francia, e che con l'inglese me la cavavo... Niente, il mio interlocutore scuoteva desolato la testa. "Cavoli - pensai - allora è vero che per lavorare in Svizzera bisogna per forza sapere il tedesco". Inaspettata giunse la replica del datore di lavoro: "Ma di dialetto neanche una parola?". Ora, finalmente, posso dire di essermi integrata alla perfezione; e se ancora non riesco a pronunciare correttamente nemmeno una frase di senso compiuto, posso almeno constatare di avere raggiunto un livello piuttosto buono nel "listening". Prova ne ho avuto la sera di Capodanno, in cui, aspettando ospiti ritardatari, sono riuscita a capire quasi tutto di quel che succedeva nella commedia dialettale trasmessa in prima serata dalla televisione locale. Perché sì, qui da tradizione il nuovo anno si inizia così. Ciumbia!